La Grotta della Sibilla (versione tradizionale pervenutaci)

Era probabilmente nota sin dall'età preistorica e testimonianze letterarie risalgono allo storico latino Svetonio, vissuto ai tempi degli imperatori Flavi. Secondo le tradizioni, era abitata dalla misteriosa profetessa di cui abbiamo gia' parlato (la Sibilla Appenninica ), condannata da Dio nelle profondità della montagna, in cui sarebbe dovuta rimanere sino al Giudizio universale, per essersi a Lui ribellata dopo aver appreso che non sarebbe stata lei la madre del Cristo, ma un'umile Vergine ebrea. La cima del monte, circondata da una fascia di rocce rosate, dà veramente il senso della corona di una regina: la Regina Sibilla.

LEGGENDE E MISTERI DEI SIBILLINI
Disegno di A.De La Sale (1420). Biblioteca Nazionale di Parigi

Secondo tradizioni locali, la Sibilla era invece la Signora Fata, una Fata benefica, le cui ancelle scendevano a volte nei paeselli vicini ed insegnavano alle fanciulle tutti i più bei segreti della filatura e della tessitura, ed a volte si trattenevano a danzare con i giovani il tradizionale "saltarello". Ma prima del sorgere del sole dovevano rientrare nelle loro sedi: se ciò non fosse avvenuto, non le avrebbe più accettate nel suo regno ed esse sarebbero diventate delle misere mortali.Una volta, però, per poco non accadde l'irreparabile, e fu quando le "faterelle" non si avvidero che tra danze e libagioni la notte stava ormai per finire. Che fare?

Esse cominciarono a correre sempre più velocemente su per il Vettore, ed i loro zoccoli di capra colpivano il terreno così violentemente che sembravano addirittura frantumarlo. Fortunatamente per loro, fecero in tempo a rientrare nella grotta prima che giungesse l'alba e la Regina non dovette perdere neppure una delle sue ancelle. A perenne ricordo di quella corsa estenuante, sulla parte del monte che avevano attraversato, rimase una lunga striscia di ghiaia, traccia tangibile del loro passaggio che tutto aveva travolto, prato e roccia. Quella striscia, che spicca ben visibile sul Vettore, è chiamata ancor oggi Strada delle Fate o Sentiero delle Fate. Questa è la versione più comune della leggenda, ma ne esiste, dobbiamo dirlo, una variante secondo la quale le Fate, non essendo arrivate alla Grotta prima dell'alba, furono dalla Regina punite per il loro ritardo e trasformate in rocce.

Le Fate e la Grotta della Sibilla (secondo gli studi dell'associazione culturale "La Cerqua Sacra")

- La grotta che si trova sul monte Sibilla precisamente si chiama “Grotta delle Fate e della Sibilla” e questa denominazione denota la convivenza, in particolari epoche storiche, della Sibilla con il Popolo delle Fate;

- Nel Guerrin Meschino l’autore, oltre a fare la descrizione precisa del territorio della comunità pagana sibillina, ci dice che le ancelle suonavano l’arpa, strumento tipicamente celtico;

- Cernunnos, il Dio con le Corna, era la divinità del Popolo delle Fate, simbolo dell’abbondanza (l’attuale cornucopia augurale ne è il ricordo). La sua immagine (ci sono anche statue e monumenti) è sparsa per tutta l’Europa e guarda caso questo “Caprone” si trova nella cripta della chiesa di S.Lorenzo di Montemonaco (AP) insieme agli intrecci celtici e all’animale che si morde la coda (descritto in senso negativo, senza tener conto dell’alto significato simbolico dell’Oroborus, nel Guerrin Meschino);

- il detto popolare “belle come le fate ma con le zampe come le capre” altro non è che la demonizzazione clericale di queste bellissime donne (bionde, occhi celesti , cosce lunghe e sessualmente disponibili) e della loro divinità con i piedi caprini;

- la trasformazione in serpi, descritta da Andrea da Barberino e da molti altri, è ugualmente la demonizzazione de popolo celtico e del suo Dio Cernunnos che era amico dei serpenti e li nutriva tenendoli in mano. San Patrizio chiamava “serpenti” gli irlandesi che non si volevano battezzare;

- la festa celtica di “BELTAINE”, dedicata al sesso (l’accoppiamento era obbligatorio in quanto necessario alla creazione dei guerrieri e le donne che non rimanevano incinte venivamo messe a disposizione degli ospiti – evidentemente era questo il motivo di tanti visitatori) è tuttora tramandata con le feste tradizionali del “Calendimaggio) e con il detto popolare “do’ vai a pianta’ Maggiu?”, naturalmente nel significato di “dove vai a fare l’amore?”;

 

- ci sono molti reperti archelogici fallici che fanno riferimento ad usanze sessuali poi condannate dal Cristianesimo (un fallo di marmo nel Museo La Rancia di Tolentino, un’enorme fallo con la testa mozzata nel monastero di S. Eutizio a Preci - fa da supporto all’acquasantiera ed in esso sono stati raschiati i simboli del sesso libero, comunque si intravede “un ariete con le ghirlande”- , un fallo ritrovato in Amandola (AP), numerosi falli incisi sulle rocce sparse sui Monti Sibillini, ad Amatrice, Norcia, ecc. ..... arieti con le ghirlande sono presenti anche nel Museo di Urbisaglia insieme alla “manina piceno-celtica” e al “dadino” dei Druidi);

- le persone che non sopportavano le restrizioni del Cristianesimo (soprattutto in campo sessuale) si trasferivano nella comunità pagana dei Sibillini e vivevano con le Fate. Le loro storie, tra le quali quella descritta da Aristide Sartorio nel suo poema “Sibilla”, sono state distrutte e/o occultate dai vai censori succedutesi in queste zone.

- le Fate non dovevano scappare via a mezzanotte o all’alba; queste donne dovevano stare sempre nascoste perché in caso di cattura venivano uccise dai guardiani degli inquisitori cristiani.

Non bisogna poi dimenticare che c’era il divieto, pena la morte, di frequentare le popolazioni pagane;

- le chiese della Madonna della Quercia (Montefortino, Amandola, Castelluccio, Visso, Savelli di Norcia, Morrovalle, Cerreto d’Esi, ecc.) attestano che in questi luoghi, in precedenza, vi sono state zone sacre riservate alla quercia druidico-celtica.

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